Aniello Montano, un nobile filosofo

Del professore si è scritto tanto, lo conosciamo come se fosse uno di famiglia. Stavolta lo scritto che dedico a lui è la voce della mia introspezione. Attendiamo l’aurora però non ce la godiamo, perché sempre presi da lavori, perdite di tempo, corse frenetiche che ci ingarbugliano la vita già per sè complicata. Il professore Montano è stato per Acerra un figlio affettuoso. Fin da piccolo mi è stato concesso il privilegio di contattarlo, quando le turbe dell’età evolutiva, mi causavano insoddisfazioni e disagi tra i miei “presunti” amici di allora, che sembravano molto sciroccati, specie, quando in preda al sacro fuoco dell’arte e del teatro, osavo fare delle “avances” avveniristiche.

Quei presunti non capivano, mentre io sentivo di avere un passo felpato, ma ero anche conscio che volevo sapere ancor di più. Dopo mio padre, scelsi il professore come mio mentore, per confrontarmi, per capire la filosofia della vita e la storia del teatro. Seppi che stava alla Caporale ed ogni mattina lo aspettavo all’ingresso e gli ponevo tanti quesiti. Aveva un bel viso, un colorito chiaro, i capelli biondi, una faccia seria e pulita, due occhi in cui ti rispecchiavi di un celeste intenso.

Sempre vestito per bene, mai colori sgargianti, un Dandy d’altri tempi. Il sodalizio delle passeggiate mattutine o serali domenicali presso CASA TEATRO, divennero consuetudine, ed invece di poltrire, andavamo verso il campo sportivo a discutere, anche animatamente, ma sempre con garbo e rispetto estremi. La Lectio del professore era sempre esaustiva ed interessante. Dalla filosofia alla storia, dalla letteratura italiana a quella latina e greca, dal teatro allo sport.

Una domenica mattina portò un libro di poesie di Saffo e un saggio su Montaigne per spiegarmi la parte importante che la natura opera, per favorire i mutamenti e le vicissitudini. Volle la lettura a mia voce, cui piaceva tanto il timbro e, ad un certo punto del recitato, lacrime copiose sgorgarono dai suoi occhi, ed io per non essere da meno, confessai da vero attore la mia profonda emozione.

Passarono gli anni e solo quando andò a Genova si diradarono un pò gli incontri, ma la domenica a piazza Duomo lo aspettavo con lo stesso trasporto di una innamorata. Lui mi ha dato tanto, quante cose mi ha spiegato, quanti input, quanti libri in prestito o regalati. Nella sua vita aveva avuto tanti riconoscimenti e tanti mali, ma mai ha perso il sorriso, mai un lamento, la sua casa era aperta a tutti con una fetta di dolce ed un caffè. Ha sempre lavorato, da piccolo accompagnava il papà in campagna, dava una mano valida andando dai contadini per la consegna delle merci. Partecipò a “Campanile sera” e da giovane lavorò alacremente alla Zanichelli, riscuotendo il plauso di tutti, anche dall’amministratore delegato il matematico Enriques che, con molto rammarico, lo lasciò andare, voleva farlo “funzionario” con stipendio da favola.

Volle tornare nella sua Acerra per laurearsi e darsi allo studio matto e disperato. Si laureò in due anni e mezzo e poi ebbe, sempre con la serietà fattiva, la carriera fino all’ordinarietà. Tutto questo l’hanno fatto ancor di più radicare ad Acerra e con molto rimpianto ha vissuto tante vicissitudini fino alla “terra dei fuochi”, dalla Campania felix che era.

Volevo raccontarlo così. Questo è il mio professor Aniello Montano, vissuto sulla mia pelle. Mi manca e, credo, manchi a tutti. Non mi ha mai chiamato per nome, io ero semplicemente Pulcrano. L’ultima lectio, quando mi disse che ero “un granello mescolato ad un arido deserto…e che dovevo sorridere nel momento in cui il vento si sarebbe placato”. Ho scritto di botto ma tutto … “appassionatamente” come sempre.

Il MARCHESE

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Autore dell'articolo: Vincenzo M. Pulcrano

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