Giuseppe Moscati, il medico di ieri e di domani

La festa di Giuseppe Moscati a novembre mi riporta ai banchi del Liceo Genovesi in piazza del Gesù a Napoli e alla chiesa del Gesù Nuovo, ove riposa il medico santo. Ebbene, quando dovevo essere interrogato e, soprattutto, quando c’era la versione in latino di Cicerone, entravo in chiesa, mi affidavo a lui e le cose andavano bene. La liturgia, come per gli anni precedenti, è stata celebrata nella chiesa dei Santi Patroni Cuono e Figlio, dal vescovo Antonio di Donna, con il rettore Salvatore Petrella e Alfonso Lettieri. Il vescovo Di Donna nell’omelia ha evidenziato alcuni punti essenziali: tutto è nulla, per cui bisogna valutare e spendere bene il tempo che si ha; lo scopo della vita, la verità che va sempre difesa, la competenza e l’umanità del medico Moscati. Forte è stato l’appello del vescovo ai medici per la tutela del territorio, ricordando i bambini uccisi dall’inquinamento ambientale, e considerando la terra dei fuochi solo un aspetto diffuso del processo malavitoso, che ha metastasi in tutto il Paese. “Chi era Giuseppe Moscati?” Era laico, che nel lavoro, nella società, rispettava tutti, soprattutto i più poveri, a cui dava i soldi per curare le medicine. Era il medico cristiano, umano, sia per la sua competenza, sia per la capacità di comprendere la sofferenza del malato, sia per l’assistenza agli ammalati nelle corsie dell’Ospedale Incurabili. Perciò rifiutò la cattedra universitaria, per stare vicino ai malati, ascoltare la loro voce, toccarli. Questa è la medicina ippocratica, ma il suo modello più che il medico di Cos, era Gesù. Ecco, per Moscati il malato è la carne di Cristo, come ha detto il vescovo, che ha sottolineato l’importanza della vita e del tempo, che sono i talenti di Gesù donati all’uomo, perché ne faccia un buon uso durante il suo cammino terreno. Moscati, ogni mattina, prima di iniziare il lavoro, partecipava alla messa e prendeva l’ostia consacrata. Ecco, preghiera e lavoro! Moscati proveniva da una famiglia agiata originaria del beneventano, ma non possedeva una carrozza, simbolo di quell’epoca, perché voleva camminare per i vicoli del centro storico di Napoli, per incontrare la povera gente, che chiedeva il suo aiuto. Il sottoscritto ha ricordato i medici acerrani recentemente scomparsi, Gabriele Ferrara e Antonella Visone. La musica sacra, dono del maestro Modestino De Chiara, con il trio Rosaria Bencivenga all’organo, Peppe Renella al clarinetto e la voce del tenore Carmine Di Domenico, ha arricchito la funzione religiosa.

Antonio Santoro

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Autore dell'articolo: Antonio Santoro

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