Michele ‘o prevete: ‘o capopopolo

Michele Castaldo, nasce il 28 settembre 1945, da genitori entrambi braccianti agricoli. A 8 anni si ammalò di broncopolmonite e fu salvo grazie alla penicillina comprata con la vendita dei fagioli da semina che i suoi nonni materni avevano da parte.  A dieci anni muore il padre, per un tumore osseo alla colonna vertebrale che l’aveva invalidato fin dal concedo militare ma non gli venne riconosciuta la causa di servizio perché disertore. Di sette figli cinque morirono in tenerissima età; così si moriva allora, per dissenteria, un virus intestinale, visto che si abitava in tuguri umidi, privi di servizi igienici, in un cortile con una fetida cloaca a cielo aperto e un cesso a la turca in comune.

Nella notte in cui nacque, a differenza di un’ora, morì la prima sorellina di 2 anni; conoscenti, parenti e vicini di casa andavano a far visita alla mamma e si sentivano imbarazzati, perché indecisi se fare gli auguri o le condoglianze. In casa loro si era abituati alla morte e al pianto come alla fame e alla sete. Basta dire che un suo fratellino adagiato in una sporta, nei pressi del pozzo c’o’ ‘ngegno, mentre i genitori lavoravano la terra, lui e la sorellina lo addobbarono, per gioco, con dei fiori bianchi di campo come se fosse morto. La mamma li rimproverò dicendo: “ma siete pazzi, state addobbando Franchino come un morto”? E mentre lo prendeva in braccia per la poppata si accorse che era morto veramente. Figurarsi lo strazio. Si direbbe che lui e la sorella, sopravvissero più come spirito di vendetta contro la morte che come voglia di vivere. La loro mamma fu costretta a metterli in collegio per poter lavorare: la sorella a Ercolano, lui al Castello di Baia, poi a S. Giorgio a Cremano infine in seminario di Acerra. In tutti e tre i contesti si incominciò a distinguere per il suo carattere ribelle.

Cacciato dal seminario si iscrisse e fu espulso dalla scuola media senza conseguire la licenza per le sue insofferenze nei confronti dell’ordine costituito. Sentiva di doversi rendere utile alla causa degli ultimi, dei sofferenti, degli oppressi, dei deboli. La perdita del padre lo aveva talmente scosso che non riusciva a concentrarsi per lo studio. Cominciò così a svolgere mille attività lavorative, da marmista a muratore, da imbianchino a elettricista, da cameriere a rappresentante di libri fino al servizio militare dove finì, manco a dirlo, al carcere militare di Peschiera del Garda in provincia di Verona per insubordinazione aggravata e diserzione dove rimase per tre mesi e condannato a 18 mesi con pena sospesa. Trasferitosi a Torino si diede da fare contro il razzismo nei confronti dei meridionali.  

Nel 1969 partecipò al primo sciopero della categoria dei lavoratori della ristorazione con manifestazione in piazza Castello a Torino. Da quel momento si sentiva nel suo ambiente. Fu licenziato in tronco dal ristorante della stazione di Portanuova a Torino per aver partecipato allo sciopero, non era tradizione del personale della ditta Vallini, il gestore di allora, scioperare; la Cgil non lo difese e così fu costretto a tornarsene ad Acerra. Fra i tanti lavori precari fece la guardia permanente a anziani facoltosi, presso la casa di cura Villa Camaldoli, a Napoli, oggi Azienda Sanitaria Locale. Finché fu assunto come tecnico riparatore di elettrodomestici presso il centro assistenza e deposito della Indesit di Acerra, da dove, per repressione politica, fu trasferito al Vomero. Nel frattempo si era sposato e aveva avuto tre figli da Terracciano Antonietta detta Consiglia, a sua volta licenziata per repressione sindacale per aver contribuito a organizzare il primo sciopero nel calzificio Amodio di Acerra. La lotta degli operai nel costruendo stabilimento Alfa sud di Pomigliano d’arco, divenuto poi Fiat, agì nei suoi confronti come una potente forza di attrazione. Erano iniziati gli scioperi contro i licenziamenti dei lavoratori edili che completavano i lotti assegnati alle ditte di cui erano dipendenti.

Erano gli anni in cui ferveva il dibattito fra i giovani su Don Milani e la scuola di Barbiana ed in modo particolare sul libro- pacifista e contro la guerra –  Lettera a una professoressa. Al tempo stesso le città erano tappezzate dei datzebao – giornali murali su carta bianca con le scritte in rosso sulla Rivoluzione Culturale Proletaria Cinese. Era il periodo successivo alla scissione del Pci ad opera di militanti che si definivano filocinesi e inneggiavano a Stalin, alla Repubblica Popolare Cinese e a Mao Tse Tung, al Partito del lavoro d’Albania con alla testa Enver Oxa. Il libretto rosso unitamente al volto di Che Ghevara erano i simboli nei quali si identificava la nuova gioventù di sinistra sia di estrazione studentesca che operaia. I cortei dell’estremismo di sinistra erano caratterizzati dalle icone di Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao-Tse-Dong innanzitutto ma anche di Ho Hi Min, Enver Oxa, Che Ghevara. Il fervore, i colori e il calore dei cortei erano uno straordinario collante comunitario. La nuova ventata ideologica andava incontro alla lotta operaia con uno spirito diverso rispetto agli anni precedenti. “Nessun licenziamento è giustificato per la classe operaia!” fu la parola d’ordine che i comunisti scissi dal Pci lanciavano verso il proletariato, in modo particolare verso i lavoratori dell’edilizia e quelli precari in generale.

Era una parola d’ordine di natura ideale che si ancorava a un punto di vista squisitamente comunista: gli interessi e le condizioni dei lavoratori al di sopra di ogni altro interesse: appalti, fine degli appalti, costi degli appalti ecc. Un vero e proprio stravolgimento dei canoni delle leggi del capitale. Una parola d’ordine che fu presa in carica da molte lotte operaie, come quelle delle ditte edili che costruivano nuovi impianti industriali. Altro stravolgimento fu la rivendicazione degli operai comuni dell’edilizia di essere assunti automaticamente negli stabilimenti che costruivano. Una richiesta avversata da tutti i partiti dell’arco costituzionale e da tutti i sindacati più rappresentativi. A seguito della strage alla banca nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969, definita di stato, si intensificarono in tutta Italia le manifestazioni di denuncia e la richiesta di libertà per Pietro Valpreda, ingiustamente accusato, e la riabilitazione di Pinelli fatto morire per la caduta dalla questura di Milano, adducendo allo Stato la responsabilità di quella tragedia. Molti giovani, come detto, erano affascinati sia dagli aspetti ideologici che provenivano dall’Estremo Oriente, la Cina e la grande rivoluzione culturale proletaria di quell’immenso paese, sia dalle lotte operaie che si svilupparono durante il famoso biennio 1969-70. Nuovi impianti per un verso, l’Alfa-sud, la Gela Ariston, la F.lli Amodio, la Cementir e l’avvio di grandi processi di ristrutturazione, come la Montedison che decise di smantellare la Snia viscosa di Casoria in provincia di Napoli, costruita nell’immediato dopoguerra, per un nuovo impianto ad Acerra distante una quindicina di chilometri. Questo processo di nuova industrializzazione e di ristrutturazione produceva di contro uno smantellamento del tessuto agricolo e artigianale preesistente creando così una nuova massa di disoccupati sia in agricoltura, per i terreni che venivano espropriati a costi bassissimi; sia nell’artigianato diffuso come il tessile e il calzaturiero in modo particolare, oltre ovviamente alla categoria dei braccianti agricoli. Sicché si misero in movimento in modo magmatico tutti i settori espulsi: ex artigiani, ex contadini poveri, ex braccianti agricoli, mentre gli stessi contadini che mantenevano i loro terreni erano ricattati dalle grandi aziende della lavorazione dei prodotti agricoli, in special modo i pomodori, che per rilanciare l’accumulazione e costruire nuovi impianti pretendevano di comprare a costi bassissimi impoverendo così chi viveva di sudore la terra in affitto o anche di proprietà.

Insomma, per tutta l’hinterland a nord ovest di Napoli era un pullulare di lotte, di scioperi e di occupazioni di case. La battaglia per il lavoro e contro l’intermediazione camorristica caratterizzò il primo e grande movimento dei disoccupati d’Italia, imitato poi altrove. In questo contesto Michele Castaldo, detto ‘o prevete, si distingueva come vero leader, istigatore, trascinatore e organizzatore di ogni tipo ribellione popolare. Dal 1981 si trasferì a Roma dove, insieme ad altri militanti di estrema sinistra, dava vita a una nuova organizzazione politica, a un giornale per sostenere la causa degli oppressi e sfruttati, in modo particolare in favore degli immigrati. Dopo il 1989 e la caduta del muro di Berlino ha iniziato una lunga ricerca sulla storia del movimento operaio internazionale e lo studio dei vari teorici del comunismo. Vive a Roma e gestisce un sito www.michelecastaldo.org teorico politico. Ha editato di recente due libri: Marx e il torto delle cose nel 2017 e La crisi di una teoria rivoluzionaria nel 2018.

 Chest’è,  il Marchese 

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Autore dell'articolo: Vincenzo M. Pulcrano

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